Il Ministero del Protezione Ambientale cinese ha recentemente presentato una relazione che quantifica nell’equivalente di 138 miliardi di euro il costo dovuto all’inquinamento ambientale nel solo anno 2010.

Un valore di perdite economiche che rappresenta il 2,5 % del valore economico della produzione totale cinese (a cui abbiamo delegato la produzione di moltissimi prodotti che consumiamo in occidente, inquinamento compreso), sostanzialmente raddoppiato rispetto ai valori del 2004.



E questo senza considerare i costi dei “danni da climate change“.

Questi dati sono inferiori ai valori evidenziati nel 2007 da un importante report della World Bank (“Cost of Pollution in China”) il quale riportava testualmente che:
“- i costi sanitari e non sanitari collegati all’inquinamento dell’aria e dell’acqua per l’economia della Cina ammontano a circa $ US100 miliardi di dollari all’anno (pari a circa il 5,8% del PIL del paese);
- l’inquinamento atmosferico, soprattutto nelle grandi città, sta portando a una maggiore incidenza di malattie polmonari, tra cui il cancro, problemi del sistema respiratorio e quindi livelli più elevati di assenza dal lavoro e dalle scuole;
- inquinamento delle acque è anche causando livelli crescenti di cancro e di diarrea soprattutto nei bambini sotto i 5 anni;
- l’inquinamento delle acque sta ulteriormente aggravando i gravi problemi di scarsità d’acqua in Cina, portando il costo complessivo della carenza idrica a circa l’1% del PIL.”

Si tratta di dati impressionanti, che mostrano in tutta la loro crudezza il fatto che la mancata pianificazione delle strategie produttive in una logica “environmental friendly” porta a conseguenze estremamente negative verso l’uomo e verso l’ecosistema che egli abita.

A proposito di questi ultimi dati circa i costi dell’inquinamento nel 2010, il primo ministro cinese Li Keqiang: “Abbiamo bisogno di affrontare la situazione, punire i colpevoli senza alcuna remora e far rispettare la legge con pugno di ferro”
E poi: “Non dobbiamo andare avanti con una crescita economica a spese dell’ambiente. Questo tipo di sviluppo non potrà mai soddisfare le persone”.

Che qualcosa in Cina stia cambiando a livello di gestione della problematica ambientale, ormai percepita come importante da una fetta crescente della popolazione, lo si assiste proprio in riferimento alle (parziali) aperture governative a parlare di queste tematiche, fino a poco tempo fa tenute assolutamente segrete e completamente censurate.
Va letta in questa logica la scioccante pubblicazione da parte del Ministero dell’ambiente cinese della mappa dei Villaggi del Cancro, cittadine cinesi in cui si sono registrate crescite abnormi dell’incidenza tumorale nella popolazione a causa dell’inquinamento industriale: questa divulgazione pubblica si costituisce di fatto come prima ammissione ufficiale del Governo cinese circa l’esistenza di queste realtà così fortemente impattate dai sistemi di produzione (in questo caso primariamente produzione tessile).





E diventa così estremamente interessate il documentario video “Textile Towns in the Shadows of Pollution“, in cui Greenpeace racconta la vita dei cittadini residenti negli oltre 400 Villaggi del Cancro, documentando con interviste la vita in queste drammatiche realtà.
Fonte: reteclima